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Ho
deciso di iniziare le mie chiacchierate con un
autore del ‘700 tra i più popolari e famosi, ma
forse non tra i più compresi. Parlo del grande
Jonathan Swift (1667-1745), di cui però vi
voglio risparmiare una dettagliata biografia, in
quanto reperibile su qualsiasi sito a lui dedicato
oppure in qualsiasi versione tascabile dei suoi
testi. E’ l’autore, per chi se lo fosse scordato, di
Gulliver’s Travels (1721-1725) e di
altri testi che riguardano la nostra amata terra, di
cui ci occuperemo in altri interventi successivi.
Chi
di noi, infatti, non ha avuto a che fare nella sua
infanzia con una versione riadattata dei viaggi del
dottor Lemuel Gulliver a Lilliput? Di solito, anche
tra gli adulti, i viaggi di Gulliver finiscono lì.
E invece, c’è molto di
più di quel viaggio e il brano che vi propongo penso
lo dimostri ampiamente. Stiamo parlando di un testo
della prima metà del ‘700 ed invece vediamo quanto
sia attuale: avrebbe potuto scriverlo ciascuno di
noi, credo. E questo è un grandissimo pregio,
secondo me, di questo libro. Difatti è considerato
un “classico”, ma nel termine nobile della parola.
Il
brano è tratto dall’ultimo viaggio di Gulliver,
quello nella terra dei cavalli, gli Houyhnhnms
nobili e armoniosi esponenti della ragione e della
razionalità umana, che disprezzano e tengono a
distanza gli immondi e schifosissimi Yahoos,
sorta di scimmioni pelosi e veramente rivoltanti,
anche nei comportanti che, guarda caso, hanno una
fortissima similitudine coi peggiori istinti e
comportamenti dell’uomo, nonché una forte
somiglianza dal punto di vista fisico e corporeo.
Teniamo infatti conto che questo racconto nasce e si
sviluppa dapprima come una satira nei
confronti della società contemporanea
all’autore,
specialmente quella inglese (allora colonizzatori
della terra irlandese) ma che col procedere della
narrazione diventa una sorta di amarissimo sfogo
contro l’umanità tout-court, un atto di accusa
implacabile e durissimo contro l’essere umano in
quanto tale. Il brano parla di guerra ed io
non voglio aggiungere nient’altro alla bellezza ed
all’efficacia di quelle parole, se non porle alla
vostra attenzione per giudicare quanto poco
l’umanità sia andata avanti nella sua storia verso
la felicità, la compassione e il diritto di ciascuno
di noi di godere di un mondo a portata di vita
umana.
Potete trovare il testo
in inglese a questo link, in particolare mi
riferisco al terzo e quarto capoverso del brano:
http://www.jaffebros.com/lee/gulliver/bk4/chap4-5.html
Aggiungo soltanto che
la traduzione italiana è stata fatta dal
sottoscritto ed è scaricabile tramite il link a
fondo pagina.
Vi auguro una buona
lettura ed una meditata riflessione e vi saluto con
un’espressione gaelica che, per strani ed
imperscrutabili motivi, è stata filtrata dalla
lingua molisana, di cui sono alfiere orgoglioso:
Aiecc ama ‘stà!
John O’Iannaghan
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