Gente di Belfast - di Andy Fab'Bruce

 

ra un giorno di metà Agosto quando arrivammo a Belfast nell'estate del duemila. Eravamo partiti circa dieci giorni prima da Dublino noleggiando l'auto e percorrendo l'Irlanda in senso orario, visitato molti luoghi incantevoli, conosciuto parecchie persone e fatto scorrere fiumi della loro meravigliosa birra. Il giorno prima eravamo stati a Derry, e già lì avevamo avuto il primo impatto con l'atmosfera più "pesante" del Nord.

 

Quattro era il nostro numero. Quattro ragazzi. Quattro amici ... non di vecchia data: ci eravamo riuniti per la prima volta circa un mese prima di partire. Fino ad allora soltanto uno di noi conosceva tutti gli altri.

Tuttavia quando c'incontrammo fu come se qualcuno avesse deciso d'incastrare perfettamente tra loro dei pezzi di un puzzle. Così realmente fu, e per tutto il viaggio rimanemmo sospesi tra il sogno antico del viaggiatore, la nascita di una nuova amicizia e la realtà di una terra che da subito parve superare ogni aspettativa.

 

Ma Belfast fu, davvero, qualcosa di particolare. L'avevamo ascoltata nelle canzoni. L'avevamo sentita nominare nelle pagine di tristi cronache di guerra. Avevamo conosciuto storie di eroi, di coraggio e di libertà svoltesi in una città sconosciuta di una terra lontana ... fino ad allora.

Non lo sapevamo ancora, ma quel giorno Belfast ci avrebbe dato una delle più belle e profonde lezioni della nostra vita. Di quelle che giornali non possono darti. Di quelle che le storie non sanno raccontarti. Di quelle che puoi capire solo dagli occhi della gente comune: quel giorno Belfast ci avrebbe mostrato il suo cuore.

 

Le premesse non furono però delle migliori e ci fecero piombare a capofitto e ancor di più (se ce ne fosse stato bisogno) nel clima "difficile" di quelle parti: stavamo ancora percorrendo in auto la strada che ci apprestava all'ingresso in città, quando arrivò una chiamata di O'Iannaghan, anche lui in Irlanda ma fermo nella penisola sud-ovest, che ci avvisò: "Siete arrivati a Belfast? Avete sentito cosa è successo? Ci sono stati due morti oggi!" ... ... il benvenuto di Belfast certo non era stato dei migliori ... e certo non contribuirono a migliorarlo il clima di allerta che trovammo (ma forse quello è abituale) e gli elicotteri che nei due giorni a venire sostarono perennemente nei cieli sopra le nostre teste.

Proseguimmo ed entrammo in città. In auto improvvisamente regnò un silenzio fino a quel momento inconsueto.

 

Ci eravamo incamminati per le strade della città, dopo avere depositato i bagagli in un ostello vicino al suo centro. Dopo aver preso visione della parte "moderna" (molto diversa anche dalla stessa Dublino e dallo standard irlandese, ma più vicino alle città Ci si accinge a entrare a West Belfastcontinentali), ci spingemmo al di fuori di questa e ci imbattemmo ad un certo punto in un sovrappasso che non era altro che un ponte di metallo le cui ringhiere erano però ricoperte di filo spinato e ciarpame. Decidemmo di proseguire in quella direzione e mentre camminavamo lo scenario intorno a noi cominciava lentamente a cambiare. Gli edifici cominciarono a mostrare i segni del tempo e della mancata manutenzione e le strade e i giardini ad essere meno curati. Guardando all'interno di alcuni negozi si poteva vedere una ringhiera o una rete di metallo che andava dal pavimento al soffitto e separava bancone e negoziante dal resto del locale. Cominciammo a vedere anche le torrette di controllo e le postazioni di guardia dell'esercito. La parte più ricca della città era ormai decisamente alle nostre spalle e ci stavamo addentrando in una zona meno agiata.

Stavamo entrando in West Belfast.

 

Capimmo ad un tratto di essere in Falls Road quando vedemmo i primi murales. Ce n'erano parecchi e di tutti i colori e con diversi soggetti : alcuni sembravano raffigurare delle grida di libertà, altri delle grida di dolore. Murales dedicato a Bobby SandsAltri ancora rappresentavano la guerra. Ma ce n'erano alcuni che raffiguravano dei versi, delle frasi, degli incitamenti. Sulla parete di un edificio in particolare c'era un murales che disegnava diverse persone ma una, in primo piano, spiccava su tutte le altre. Su queste figure erano stati scritti dei versi virgolettati : un inno ai bambini, un inno al futuro. Questi versi erano poi seguiti da una firma: Bobby Sands.

Fummo di colpo proiettati nella storia recente del Nord Irlanda e della lotta dell'I.R.A.

Mentre camminavamo nessuno pareva badare alla nostra presenza. Certo, si capiva a prima vista che non eravamo del luogo, ma la gente sembrava non farci caso per nulla e ci passava accanto come se niente fosse; solamente una paio di persone ci sconsigliarono garbatamente con un semplice gesto del dito in lontananza di scattare foto, quantomeno platealmente. Nascondemmo un po' le macchine fotografiche e, senza ostentarle, continuammo comunque a scattare con discrezione.

"I would not go that way, If I were you" ci disse però d'un tratto un passante che camminava in direzione opposta alla nostra. Lo disse con naturalezza, con leggerezza, ma le parole risultarono pesanti. Seguimmo quel monito e ritornammo sui nostri passi. Scoprimmo poi che in quella direzione si andava in Shankill Road, proprio la zona dove c'erano stati i disordini e i morti, teatro di mille scontri anche in passato; trattasi infatti di una specie di zona di confine tra l'area protestante e quella cattolica.

 

Decidemmo allora di pranzare al sacco nel parco che da proprio su Falls Road. Intorno a noi bambini con t-shirts dei Celtic Glasgow giocavano "allegramente" percuotendosi con bastoni, colli di bottiglia rotti, calci. I bambini di West Belfast nascono e crescono  con lo scontro nel sangue :(  Fu allora che ci infilammo nell'Oak Pub lì vicino.

 

Con le nostre pinte in mano cominciamo a parlare, come al solito, con i presenti. Qualcuno dava confidenza, qualcuno meno. All'angolo del pub era seduto un vecchiettino dall'area pacifica intento a rollarsi con cura la sua sigaretta e sorseggiare la sua birra. La scena e l'immagine ci piacque e tentammo di scattargli una foto di nascosto per essere discreti e rispettosi della "sacralità" dell'atto e del momento. Solo poi scoprimmo che il simpatico vecchietto altri non era che un militante dell'I.R.A. che girava ancora armato :S.

La nostra attenzione si spostò al bancone, dove c'era una coppia non più giovane che parlava e sghignazzava. Lui, la faccia rubiconda, corpulento, pochi capelli e pochi denti, parlava a bocca stretta e l'unica cosa che si comprendeva era una sequela di fuckin'…fuck …. fucking ... the fuck ... infilati tra le parole che pronunciava. "Martin, stop cursing!!!" lo interrompeva lei ogni volta che lui apriva bocca. Carol era il suo nome, viso tondo sorridente, voce acuta e occhi attenti, originaria scozzese.

All'Oak Pub con Martin e CarolCominciammo a parlare con loro e ci fecero alcune domande "Ah,italiani ... cattolici"  e sorrisero. Quando ci chiesero dove stava il nostro alloggio rispondemmo e, dopo un attimo di esitazione lei disse allarmata - "No, siete pazzi!! E' una zona protestante e troppo pericolosa per voi. Questa notte alloggerete da noi. Sarete nostri ospiti".

Sulle prime fummo un poco restii, perché non sai mai chi puoi incontrare sulla tua strada e perchè non ci pareva ci fosse tutto quel pericolo per giustificare la cosa. Ma loro insistettero con forza e seria preoccupazione. Se avessimo agito razionalmente probabilmente non avremmo accettato. Probabilmente, dico.

Ma qualcosa nei loro sguardi e nei loro rassicuranti sorrisi ci convinse. In fondo anche loro non conoscevano noi quattro né potevano sapere davvero chi fossimo. Ci guardammo in faccia e infine, quindi, accettammo.

 

Tornammo all'ostello (dove avevamo già pagato in anticipo la notte) per prendere le nostre cose e l'auto. Arrivati in prossimità, vedemmo un crocchio di gente con vestiti particolari e qualche strumento. Erano proprio sotto il nostro ostello e a quanto pare una sorta di parata stava per cominciare. Ben presto ci rendemmo conto essere una parata protestante. Forse condizionati dalle parole dei nostri due nuovi amici, cominciammo a preoccuparci e ci affrettammo affinché potessimo ripartire verso West Belfast prima che la parata iniziasse. Non ce la facemmo per un pelo, eravamo già montati in auto e in tutta fretta stavamo per accendere il motore quando la banda attaccò la musica e il corteo iniziò la marcia. Non potevamo scendere dall'auto, rimanemmo immobili in attesa che passasse alla svelta. Il corteo ci passò di fianco, tutti passando notavano la targa "irlandese" e automaticamente guardavano dentro lanciandoci sguardi tutt'altro che amichevoli. Ci facemmo piccoli piccoli all'interno dell'auto senza dire una parola. Fortunatamente il corteo passò senza problemi e, tempo pochi secondi,  eravamo già partiti sgommando.

 

Arrivammo quindi a casa di Martin e Carol, una porzione a due piani di una villetta a schiera non lontano dal pub. In nessun altro luogo saremmo stati meglio. Fummo trattati come dei re.

Il regalo di MartinQuando entrammo ci accorgemmo subito che l'ambiente era pieno di oggetti sulle mensole e sulle pareti. Qualcuno li definirebbe solo dei cimeli. Qualcuno, più attento, li chiamerebbe ricordi.

Martin cominciò a parlare e a descrivere ciò che c'era dai libri alle fotografie, dalle targhe ai riconoscimenti ufficiali. Carol ogni tanto interveniva. Martin ci parlò un po’ di sè, ma soprattutto cominciò, con voce tranquilla e viso sorridente, a parlarci di suo padre, Jim "Solo" Sullivan, un tempo capo del partito dei lavoratori e primo cittadino di West Belfast ad entrare nel parlamento del Nord Irlanda. Continuava a parlarci di lui, e lo faceva con passione, con devozione. Man mano che parlava si infervorava e diventava rosso in viso. Ci disse che suo padre era stato un grande politico ed un grande uomo. Uno che non mollava mai. Uno che non si piegava facilmente. Uno che lottava in mezzo a mille difficoltà. Uno che cercava di fare il bene per la gente, per i lavoratori e che avrebbe desiderato che la guerra cessasse. Uno che avrebbe voluto mettere fine a quell'inutile spreco di vite.

Noi lo stavamo ad ascoltare. Lui parlava e noi lo ascoltavamo. Sebbene facessimo un po’ fatica a capire le sue parole, i suoi pensieri, i suoi ricordi e le sue azioni ci sembravano, al contrario, molto chiari. Lui raccontava, un fiume di parole che si tramutavano in emozioni graffianti come la realtà che ci stava spiegando. Ci parlò degli eventi legati all'I.R.A. e alla lotta (tra l'altro ci spiegò come i due morti di quel giorno erano protestanti uccisi da altri protestanti). Ci parlò dei fatti accaduti prima e dopo il Bloody Sunday. Ci raccontò di come fosse difficile vivere e crescere in una realtà simile, sempre con la paura che potesse succederti qualcosa da un momento all'altro. Di come molte persone avessero perso la vita per un ideale di pace (allo stesso Martin avevano ucciso il fratello, pur non essendo questi legato a nessun movimento politico). Di come molte persone avessero scelto la guerra per sopravvivere. Insieme ci mostrarono dei filmati dove erano riprese delle scene di guerriglia e disordini, avvenuti nei giorni precedenti la Domenica di Sangue. Ci spiegarono il loro punto di vista. Il punto di vista di chi ha vissuto per anni con i mitra puntati addosso. Di chi ha visto esponenti politici raccontare, probabilmente, delle verità "non vere". Di chi ha visto gli assassini del proprio popolo decorati con riconoscimenti ufficiali.

Ci parlarono degli eroi della loro gente, del movimento contro la guerra e di come queste idee furono messe in un modo o nell'altro a tacere. Ci parlarono di uomini che piuttosto di rinnegare le idee che avevano rincorso per una vita, si lasciarono morire di fame in carcere. Di chi ha orgoglio e coraggio da vendere.

Martin continuò così, a parlare e spiegare quegli eventi per parecchio tempo.

Quando finì, i suoi occhi ribollivano di fierezza, di rabbia….e di lacrime.

 

Non credo che quella notte qualcuno di noi avesse preso sonno facilmente, distesi per terra nei nostri sacchi a pelo ai piedi di quella parete che vedeva, fianco a fianco, un crocifisso e il ritratto di Ernesto Guevara ... solo O'Berty, quel giorno leggermente febbricitante e col mal di gola, godette del giustificato privilegio di un morbido letto dopo essere stato sottoposto alle amorevoli cure di Carol (un bicchiere di whisky).

Eravamo storditi dalle immagini raccontate a voce. Eravamo soli con i nostri pensieri rivolti a cercare di comprendere delle verità difficili da digerire. Alla fine, comunque, la stanchezza prese il sopravvento e scivolammo lentamente nel sonno.

 

L'indomani mattina ci svegliammo e dopo aver fatto colazione e aver conosciuto i vicini di casa a cui Carol non mancava di presentarci rimarcando la nostra italianità, arrivammo, guidati da Martin, al cimitero cattolico. Un profondo e rispettoso silenzio circondava quel luogo. C'erano innumerevoli lapidi e vi si trovavano incisi i nomi dei defunti e le loro date di nascita e morte. Molte di queste date erano davvero troppo Al cimitero cattolicoravvicinate. Ci ritrovammo ad un certo punto davanti ad una tomba un poco più grossa e imponente rispetto alle altre. Al centro di questa si ergeva un obelisco in ricordo dei defunti che custodiva. Si capiva che era la tomba di qualche persona importante. Leggemmo i nomi scolpiti sulle lapidi. Uno lo riconoscemmo subito. Martin ci spiegò chi fossero gli altri: era la tomba di coloro che si erano lasciati morire di fame in carcere. Era il luogo che custodiva le spoglie di Bobby Sands e dei suoi compagni di lotta. Accanto ad ogni nome vi era Martin davanti alla tomba del padreun numero: 25 ... 46 ... 61 ... 66. Altro non era che il numero di giorni in cui queste persone sopravvissero senza cibo prima di capitolare.

Martin ci mostrò anche la tomba di suo padre con un orgoglio, una commozione e un rispetto che è difficile descrivere. Volle che gli scattassimo una foto.

 

Tornammo indietro a casa e pranzammo col fantastico, amorevole e ricco "Stew" di Carol. Noi continuavamo a parlare e a fare domande, loro ci sorridevano e ci rispondevano. Ai momenti intensi seguivano momenti più distesi e pieni di risate. Non ricordo con certezza se quel giorno tornammo al'Oak Pub, ma mi pare che fu così.

Il momento dei salutiPoi, intorno a metà pomeriggio arrivò il momento dei saluti. Avevamo passato due giorni davvero belli, ma avevamo un viaggio da continuare ed era ormai giunto il momento di ripartire.

Così, dopo una serie di saluti commossi e sorrisi ripartimmo, ognuno di noi con un oggetto in ricordo donatoci da loro. E mentre ci allontanavamo salutavamo quel luogo, quella casa in West Belfast che, anche se solo per un paio di giorni e una notte, fu la nostra casa. E due persone che non dimenticheremo MAI.

 

Il saluto di Carol sul nostro diario di viaggio

 

Andy Fab'Bruce 
 

 

 

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