ra un giorno
di metà
Agosto quando arrivammo a Belfast
nell'estate del duemila. Eravamo partiti
circa dieci giorni prima da Dublino
noleggiando l'auto e percorrendo l'Irlanda in
senso orario, visitato molti luoghi
incantevoli, conosciuto parecchie persone e
fatto scorrere fiumi della loro meravigliosa
birra. Il giorno prima eravamo stati a Derry,
e già lì avevamo avuto il primo impatto con
l'atmosfera più "pesante" del Nord.
Quattro era il
nostro numero. Quattro ragazzi. Quattro
amici ... non di vecchia data: ci eravamo
riuniti per la prima volta circa un mese
prima di partire. Fino ad allora soltanto
uno di noi conosceva tutti gli altri.
Tuttavia quando
c'incontrammo fu come se qualcuno avesse
deciso d'incastrare perfettamente tra loro
dei pezzi di un puzzle. Così realmente fu, e
per tutto il viaggio rimanemmo sospesi tra
il sogno antico del viaggiatore, la nascita
di una nuova amicizia e la realtà di una
terra che da subito parve superare ogni
aspettativa.
Ma Belfast fu,
davvero, qualcosa di particolare. L'avevamo
ascoltata nelle canzoni. L'avevamo sentita
nominare nelle pagine di tristi cronache di
guerra. Avevamo conosciuto storie di eroi,
di coraggio e di libertà svoltesi in una
città sconosciuta di una terra lontana ... fino
ad allora.
Non lo sapevamo
ancora, ma quel giorno Belfast ci avrebbe
dato una delle più belle e profonde lezioni
della nostra vita. Di quelle che giornali
non possono darti. Di quelle che le storie
non sanno raccontarti. Di quelle che puoi
capire solo dagli occhi della gente comune:
quel giorno Belfast ci avrebbe mostrato il
suo cuore.
Le premesse non
furono però delle migliori e ci fecero
piombare a capofitto e ancor di più (se ce
ne fosse stato bisogno) nel clima
"difficile" di quelle parti: stavamo ancora
percorrendo in auto la strada che ci
apprestava all'ingresso in città, quando
arrivò una chiamata di O'Iannaghan, anche
lui in Irlanda ma fermo nella penisola
sud-ovest, che ci avvisò: "Siete arrivati
a Belfast? Avete sentito cosa è successo? Ci
sono stati due morti oggi!" ... ... il
benvenuto di Belfast certo non era stato dei
migliori ... e certo non contribuirono a
migliorarlo il clima di allerta che trovammo
(ma forse quello è abituale) e gli
elicotteri che nei due giorni a venire
sostarono perennemente nei cieli sopra le
nostre teste.
Proseguimmo ed
entrammo in città. In auto improvvisamente
regnò un silenzio fino a quel momento
inconsueto.
Ci eravamo
incamminati per le strade della città, dopo
avere depositato i bagagli in un ostello
vicino al suo centro. Dopo aver preso
visione della parte "moderna" (molto diversa
anche dalla stessa Dublino e dallo standard
irlandese, ma più vicino alle città
continentali), ci spingemmo al di fuori di
questa e ci imbattemmo ad un
certo punto in un sovrappasso che non era altro
che un ponte di metallo le cui ringhiere
erano però ricoperte di filo spinato e
ciarpame.
Decidemmo di proseguire in quella direzione
e mentre camminavamo lo scenario intorno a
noi cominciava lentamente a cambiare. Gli
edifici cominciarono a mostrare i segni del
tempo e della mancata manutenzione e le
strade e i giardini ad essere meno curati.
Guardando all'interno di alcuni negozi si
poteva vedere una ringhiera o una rete di
metallo che andava dal pavimento al soffitto
e separava bancone e negoziante dal resto
del locale. Cominciammo a vedere anche le
torrette di controllo e le postazioni di
guardia dell'esercito. La parte più ricca
della città era ormai decisamente alle
nostre spalle e ci stavamo addentrando in
una zona meno agiata.
Stavamo
entrando in West Belfast.
Capimmo ad un
tratto di essere in Falls Road quando
vedemmo i primi murales. Ce n'erano parecchi
e di tutti i colori e con diversi soggetti :
alcuni sembravano raffigurare delle grida di
libertà, altri delle grida di dolore.
Altri
ancora rappresentavano la guerra. Ma ce
n'erano alcuni che raffiguravano dei versi,
delle frasi, degli incitamenti. Sulla parete
di un edificio in particolare c'era un murales che disegnava diverse persone ma
una, in primo piano, spiccava su tutte le
altre. Su queste figure erano stati scritti
dei versi virgolettati : un inno ai bambini,
un inno al futuro. Questi versi erano poi
seguiti da una firma: Bobby Sands.
Fummo di colpo
proiettati nella storia recente del Nord
Irlanda e della lotta dell'I.R.A.
Mentre
camminavamo nessuno pareva badare alla
nostra presenza. Certo, si capiva a prima
vista che non eravamo del luogo, ma la gente
sembrava non farci caso per nulla e ci
passava accanto come se niente fosse;
solamente una paio di persone ci
sconsigliarono garbatamente con un semplice
gesto del dito in lontananza di scattare
foto, quantomeno platealmente. Nascondemmo un po'
le macchine fotografiche e, senza ostentarle,
continuammo comunque a scattare con
discrezione.
"I would not go
that way, If I were you" ci disse però d'un
tratto un passante che camminava in
direzione opposta alla nostra. Lo disse con
naturalezza, con leggerezza, ma le parole
risultarono pesanti. Seguimmo quel monito e
ritornammo sui nostri passi. Scoprimmo poi
che in quella direzione si andava in Shankill
Road, proprio la zona dove c'erano stati i
disordini e i morti, teatro di mille scontri
anche in passato; trattasi infatti di una
specie di zona di confine tra l'area
protestante e quella cattolica.
Decidemmo
allora di pranzare al sacco nel parco che
da proprio su Falls Road. Intorno a noi
bambini con t-shirts dei Celtic Glasgow
giocavano "allegramente" percuotendosi con
bastoni, colli di bottiglia rotti, calci.
I bambini di West Belfast nascono e crescono con lo
scontro nel sangue :( Fu allora che
ci infilammo nell'Oak Pub lì vicino.
Con le nostre
pinte in mano cominciamo a parlare, come al
solito, con i presenti. Qualcuno dava
confidenza, qualcuno meno. All'angolo del
pub era seduto un vecchiettino dall'area
pacifica intento a rollarsi con cura la sua
sigaretta e sorseggiare la sua birra. La
scena e l'immagine ci piacque e tentammo di
scattargli una foto di nascosto per essere
discreti e rispettosi della "sacralità"
dell'atto e del momento. Solo poi scoprimmo
che il simpatico vecchietto altri non era
che un militante dell'I.R.A. che girava ancora
armato :S.
La nostra
attenzione si spostò al
bancone, dove c'era una coppia non più giovane che
parlava e sghignazzava. Lui, la faccia
rubiconda, corpulento, pochi capelli e pochi
denti, parlava a bocca stretta e l'unica
cosa che si comprendeva era una sequela di
fuckin'…fuck …. fucking
... the fuck ... infilati tra le parole che
pronunciava. "Martin,
stop cursing!!!" lo interrompeva lei ogni
volta che lui apriva bocca. Carol era il suo
nome, viso tondo sorridente, voce acuta e
occhi attenti, originaria scozzese.
Cominciammo a
parlare con loro e ci fecero alcune domande
"Ah,italiani ... cattolici" e sorrisero.
Quando ci chiesero dove stava il nostro
alloggio rispondemmo e, dopo un attimo di
esitazione lei disse allarmata - "No, siete pazzi!!
E' una zona protestante e troppo pericolosa
per voi. Questa notte alloggerete da noi. Sarete
nostri ospiti".
Sulle prime
fummo un poco restii, perché non sai mai chi
puoi incontrare sulla tua strada e perchè
non ci pareva ci fosse tutto quel pericolo
per giustificare la cosa. Ma loro
insistettero con forza e seria
preoccupazione. Se
avessimo agito razionalmente probabilmente
non avremmo accettato. Probabilmente, dico.
Ma qualcosa nei
loro sguardi e nei loro rassicuranti sorrisi
ci convinse. In fondo anche loro non
conoscevano noi quattro né potevano sapere
davvero chi fossimo. Ci guardammo in faccia e infine, quindi,
accettammo.
Tornammo
all'ostello (dove avevamo già pagato in
anticipo la notte) per prendere le nostre
cose e l'auto. Arrivati in prossimità,
vedemmo un crocchio di gente con vestiti
particolari e qualche strumento. Erano
proprio sotto il nostro ostello e a quanto
pare una sorta di parata stava per
cominciare. Ben presto ci rendemmo conto
essere una parata protestante. Forse
condizionati dalle parole dei nostri due nuovi amici, cominciammo a preoccuparci e ci
affrettammo affinché potessimo ripartire
verso West Belfast prima che la parata
iniziasse. Non ce la facemmo per un pelo,
eravamo già montati in auto e in tutta
fretta stavamo per accendere il motore
quando la banda attaccò la musica e il
corteo iniziò la marcia. Non potevamo
scendere dall'auto, rimanemmo immobili in attesa che passasse
alla svelta. Il corteo ci passò di fianco,
tutti passando notavano la
targa "irlandese" e automaticamente
guardavano dentro lanciandoci sguardi tutt'altro
che amichevoli. Ci facemmo piccoli piccoli
all'interno dell'auto senza dire una parola.
Fortunatamente il corteo passò senza
problemi e, tempo pochi secondi, eravamo
già partiti sgommando.
Arrivammo
quindi a casa di Martin e Carol, una
porzione a due piani di una villetta a
schiera non lontano dal pub. In nessun altro
luogo saremmo stati meglio. Fummo trattati
come dei re.
Quando entrammo ci accorgemmo subito che
l'ambiente era pieno di oggetti sulle
mensole e sulle pareti. Qualcuno li
definirebbe solo dei cimeli. Qualcuno, più
attento, li chiamerebbe ricordi.
Martin cominciò
a parlare e a descrivere ciò che c'era dai
libri alle fotografie, dalle targhe ai
riconoscimenti ufficiali. Carol ogni tanto
interveniva. Martin ci parlò un po’ di sè,
ma soprattutto cominciò, con voce tranquilla
e viso sorridente, a parlarci di suo padre, Jim
"Solo" Sullivan, un tempo capo del partito
dei lavoratori e primo cittadino di West
Belfast ad entrare nel parlamento del Nord
Irlanda. Continuava a parlarci di lui, e lo
faceva con passione, con devozione. Man mano
che parlava si infervorava e diventava rosso in
viso. Ci disse che suo padre era stato un
grande politico ed un grande uomo. Uno che
non mollava mai. Uno che non si piegava
facilmente. Uno che lottava in mezzo a mille
difficoltà. Uno che cercava di fare il bene
per la gente, per i lavoratori e che avrebbe
desiderato che la guerra cessasse. Uno che
avrebbe voluto mettere fine a quell'inutile
spreco di vite.
Noi lo stavamo
ad ascoltare. Lui parlava e noi lo
ascoltavamo. Sebbene facessimo un po’ fatica
a capire le sue parole, i suoi pensieri, i suoi
ricordi e le sue azioni ci sembravano, al
contrario, molto chiari. Lui raccontava, un
fiume di parole che si tramutavano in
emozioni graffianti come la realtà che ci
stava spiegando. Ci parlò degli eventi
legati all'I.R.A. e alla lotta (tra l'altro
ci spiegò come i due morti di quel giorno
erano protestanti uccisi da altri
protestanti). Ci parlò dei
fatti accaduti prima e dopo il Bloody Sunday.
Ci raccontò di come fosse difficile vivere e
crescere in una realtà simile, sempre con la
paura che potesse succederti qualcosa da un
momento all'altro. Di come molte persone
avessero perso la vita per un ideale di
pace (allo stesso Martin avevano ucciso il
fratello, pur non essendo questi legato a nessun
movimento politico). Di come molte persone avessero scelto
la guerra per sopravvivere. Insieme ci
mostrarono dei filmati dove erano riprese
delle scene di guerriglia e disordini,
avvenuti nei giorni precedenti la Domenica
di Sangue. Ci spiegarono il loro punto di
vista. Il punto di vista di chi ha vissuto
per anni con i mitra puntati addosso. Di chi
ha visto esponenti politici raccontare,
probabilmente, delle verità "non vere". Di
chi ha visto gli assassini del proprio
popolo decorati con riconoscimenti
ufficiali.
Ci parlarono
degli eroi della loro gente, del movimento
contro la guerra e di come queste idee
furono messe in un modo o nell'altro a
tacere. Ci parlarono di uomini che piuttosto
di rinnegare le idee che avevano rincorso
per una vita, si lasciarono morire di fame
in carcere. Di chi ha orgoglio e coraggio da
vendere.
Martin continuò
così, a parlare e spiegare quegli eventi per
parecchio tempo.
Quando finì, i
suoi occhi ribollivano di fierezza, di
rabbia….e di lacrime.
Non credo che
quella notte qualcuno di noi avesse preso
sonno facilmente, distesi per terra nei
nostri sacchi a pelo ai piedi di quella
parete che vedeva, fianco a fianco, un
crocifisso e il ritratto di Ernesto Guevara
... solo O'Berty, quel giorno leggermente
febbricitante e col mal di gola, godette del
giustificato privilegio di un morbido letto
dopo essere stato sottoposto alle amorevoli
cure di Carol (un bicchiere di whisky).
Eravamo storditi dalle
immagini raccontate a voce. Eravamo soli con
i nostri pensieri rivolti a cercare di
comprendere delle verità difficili da
digerire. Alla fine, comunque, la stanchezza
prese il sopravvento e scivolammo lentamente
nel sonno.
L'indomani
mattina ci svegliammo e dopo aver fatto
colazione e aver conosciuto i vicini di casa
a cui Carol non mancava di presentarci
rimarcando la nostra italianità, arrivammo, guidati da Martin, al
cimitero cattolico. Un profondo
e rispettoso silenzio circondava quel
luogo. C'erano innumerevoli lapidi e vi si
trovavano incisi i nomi dei defunti e le
loro date di nascita e morte. Molte di
queste date erano davvero troppo
ravvicinate. Ci ritrovammo ad un certo punto
davanti ad una tomba un poco più grossa e
imponente rispetto alle altre. Al centro di
questa si ergeva un obelisco in ricordo dei
defunti che custodiva. Si capiva che era la
tomba di qualche persona importante.
Leggemmo i nomi scolpiti sulle lapidi. Uno
lo riconoscemmo subito. Martin ci spiegò chi
fossero gli altri: era la tomba di coloro
che si erano lasciati morire di fame in
carcere. Era il luogo che custodiva le
spoglie di Bobby Sands e dei suoi compagni
di lotta. Accanto ad ogni nome vi era
un
numero: 25 ... 46 ... 61 ... 66. Altro non era che
il numero di giorni in cui queste persone
sopravvissero senza cibo prima di
capitolare.
Martin ci
mostrò anche la tomba di suo padre con un
orgoglio, una commozione e un rispetto che è
difficile descrivere. Volle che gli
scattassimo una foto.
Tornammo
indietro a casa e
pranzammo col fantastico, amorevole e ricco
"Stew" di Carol. Noi continuavamo a parlare e a
fare domande, loro ci sorridevano e ci
rispondevano. Ai momenti intensi seguivano
momenti più distesi e pieni di risate. Non
ricordo con certezza se quel giorno tornammo al'Oak Pub, ma mi pare che fu così.
Poi, intorno a
metà pomeriggio arrivò il momento dei
saluti. Avevamo passato due giorni davvero
belli, ma avevamo un viaggio da continuare
ed era ormai giunto il momento di ripartire.
Così, dopo una
serie di saluti commossi e sorrisi ripartimmo, ognuno
di noi con un oggetto in ricordo donatoci
da
loro. E mentre ci allontanavamo salutavamo quel luogo, quella casa in West Belfast che,
anche se solo per un paio di giorni e una
notte, fu la
nostra casa. E due persone che non
dimenticheremo MAI.

Andy
Fab'Bruce