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Uno
dei registi più interessanti del cinema irlandese contemporaneo
è
Jim Sheridan. Nato a Dublino nel 1949, Sheridan diventa
fin dagli anni ’70 uno degli animatori di punta del Project
Theatre, teatro dublinese d’avanguardia. Nel 1981 lascia
l’Irlanda per trasferirsi con la famiglia a New York, dove
assume la direzione artistica dell’Irish Arts Centre.
Nell’ambito di questa esperienza si mette alla prova come
sceneggiatore, regista e attore teatrale, prima di dedicarsi,
sul finire degli anni ’80, al cinema.
Per
il suo esordio nel lungometraggio Sheridan sceglie una storia
che lo riporta nella madre patria. Il mio piede sinistro
(1989) narra la vita dell’irlandese Christy Brown (Daniel
Day-Lewis) e di come riuscì, lui paraplegico fin dalla nascita,
a diventare pittore e scrittore di successo: grazie al suo piede
sinistro, appunto, oltre che all’amore della madre (Brenda
Fricker) e dell’affollatissima, e poverissima, famiglia.
Non c’è bisogno di sottolinearlo:
siamo di fronte a una tipica “storia vera” di disgrazia e
resurrezione, filone amatissimo da Hollywood (che guarda caso
premiò con l’Oscar per le migliori interpretazioni tanto Daniel
Day-Lewis quanto Brenda Fricker). Detto questo, va riconosciuto
però che il film riesce laddove molti, nel suo
genere,
falliscono: flirtare con il patetismo senza concedervisi mai. A
salvarlo dal pantano sentimentalista concorrono una robusta dose
di ironia e un taglio favolistico che ne fanno, più che un
film-verità, un apologo morale sulla forza del gruppo (della
comunità familiare) prima ancora che del singolo. Sheridan ci
offre così, per questa via, anche il ritratto affettuoso della
quotidianità non spensierata, ma disperata mai, di una famiglia
operaia irlandese a cavallo della metà del Novecento. E laddove
il regista, sul piano della storia, mira alla favola morale, nel
ritratto punta invece sul realismo dei particolari: gli interni
umili e angusti, i letti sovraffollati, la dieta a base di zuppa
d’avena; e poi il pub, pinte su pinte birra, le partite di
pallone per le strade del quartiere, il furto del carbone per
l’inverno. Una cosa, più in generale, appare certa: Sheridan non
filma l’Irlanda dei grandi spazi verdi, dell’idillio campestre
privilegiato da tanto cinema hollywoodiano. Anzi: la natura, in
questo film, è programmaticamente quasi assente. L’ambientazione
pressoché esclusiva è quella della casa dei Brown, nel piccolo
quartiere operaio. Scelta significativa, apertamente polemica in
quanto volta a mostrare il lato meno folkloristico, e meno
divulgato, dell’Irlanda.
Interessante infine sottolineare
come il film sia stato coprodotto dalla RTÈ (Radio Telefìs
Èireann), e in parte girato negli Studi Ardmore.
Questi Studios, i primi dell’Irlanda, si trovano nei
pressi di Bray, piccola città di mare a sud di Dublino.
Inaugurati nel 1958 e rimasti attivi, fra alterne vicende, fino
a oggi, gli Studi Ardmore hanno ospitato nel tempo varie
produzioni internazionali, fallendo però l’obiettivo principale
per cui erano nati: favorire lo sviluppo di un’industria
cinematografica nazionale. Fra gli ultimi film di successo
girati pressi gli Studios ricordiamo Cuori Ribelli
e Bravehart.
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