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U2
- HOW TO DISMANTLE AN ATOMIC BOMB
Ci
siamo, finalmente. Dopo i congressi laburisti, i demo puntualmente
rubati e le promesse quantomeno impegnative del leader, arriva il
disco, arrivano le canzoni.
Sono undici, e sono impacchettate in una confezione dalla grafica
spartana, con i colori ed i caratteri classici del combat rock.
Un
dettaglio che, accompagnato alla scelta di richiamare dietro al mixer
per gran parte dei pezzi Steve Lillywhite, il produttore che un quarto
di secolo fa svezzò quattro ventenni dublinesi dalle pettinature
discutibili e dal futuro lastricato d’oro, la dice lunga sulla
volontà di Bono e compagni: pochi fronzoli, niente orpelli, si torna
(dopo un All That You Can’t Leave Behind da dimenticare) a
fare sul serio. [...]
Il
disco si apre con Vertigo, un ottimo singolo (se ovviamente
si chiudono le orecchie quando Bono la introduce con quel Uno Dos
Tres Catorce di RickyMartiniana memoria): diretto e potente, con
The Edge che gioca a fare il chitarrista garage. Singolo di lancio che
però, così come era successo con Beautiful Day quattro anni
fa, ha il difetto di creare delle aspettative rock che all’ascolto
dell’intero album saranno in parte deluse.
Ci pensa la seguente Miracle Drug a dire tutto ciò che
questo disco sarà in grando dare al pubblico: c’è un The Edge in
perfetta forma che torna a fare il suo mestiere con i celebri bicordi
riverberati all’estremo, Larry che picchia sui tom e Bono che
(almeno su disco) ritorna ai suoi acuti epici.
Insomma, i fan avranno il disco che aspettavano da tempo.
C’è
tanto cuore e tanta sincerità in questo disco, e si sente. Si sente
per esempio nella stupenda Sometimes You Can Make It On Your Own,
canzone dedicata al padre del cantante scomparso tre anni fa. Una
sincerità che fa trasparire in ogni traccia lo sforzo di rialzare la
testa dopo un periodo artisticamente infelice. Gli esempi sono tanti:
nell’attacco da bei tempi andati di The City Of Blinding Lights,
nella ritmica irresistibile di All Because Of You,
nell’atteggiamento da sporchi bluesman in Love And Peace Or Else,
nelle melodie piacevolmente appiccicose di A Man And A Woman
e Crumbs From Your Table.
In
due parole, un bel disco. Non il disco rock che ci si aspettava (ci
sono ancora troppe tracce di produzione “pesante” ), non il disco
“perfetto” di cui parla il frontman (la finale Yahweh ad
esempio fa venire l’orticaria), ma un disco che sicuramente emoziona
dal primo ascolto.
Se
proviamo a chiederci, però, quale è il meccanismo che sta dietro a
queste emozioni ci accorgiamo che il trucco è sempre lo stesso,
l’autocitazione. E francamente da un gruppo come gli U2 era lecito
aspettarsi qualcosa di più.
Gli
U2 fanno parte di quel ristrettissimo gruppo di Dei dell’olimpo rock
che sono investiti dalla storia di una missione che va oltre il
semplice scrivere e cantare canzoni. I Beatles ad esempio hanno avuto
quella di scrivere i testi sacri, gli Stones di far credere ai preti
che il rock fosse la musica del diavolo, Dylan di non farci odiare
l’America più di tanto mentre i Radiohead quella di farci sentire
un po' più intelligenti. La missione degli U2 è sempre stata quella
di essere una creatura mastodontica, pesante, ma sempre in grado di
spiazzare i facili catalogatori con continui scatti in avanti.
Costituire la prova vivente della possibilità di essere superstar e
contemporaneamente indipendenti (non indie, si noti, ma
indipendenti davvero).
Di conseguenza il fatto che oggi il gruppo, per fare un disco alla
loro altezza, si sia voltato indietro e non avanti rappresenta
comunque una sconfitta, a prescindere dalla riuscita delle nuove
canzoni.
How
To Dismantle An Atomic Bomb
avrà comunque il merito di ritardare ancora per qualche anno la
marcia degli U2 verso quel cimitero degli elefanti al quale sembravano
oramai destinati, popolato di sterili monumenti a se stessi, come gli
Stones di cui sopra o il nostro Vasco, buoni solo a riempire gli stadi
e i servizi del Tg1.
Un
disco che rappresenta una bella notizia dunque, comunque la si pensi.
Anche perché, diciamola tutta, se non ci fossero gli U2 su cosa si
litigherebbe nei forum musicali su internet?
Il
nuovo disco degli U2 è in primo luogo un regalo ai propri fans: dopo
la parentesi interlocutoria di “All that you can’t leave behind”
– album nel quale gli U2 cercarono di recuperare la sbornia
mediatico-musicale durata quasi un decennio e culminata nel bigger
than life del “Popmart tour” – “How to dismantle an atomic
bomb” sembra essere nato per centrare un solo obiettivo: quello di
(tornare a) scrivere grandi canzoni alla U2, laddove l’obiettivo del
suo infelice predecessore era stato quello di scrivere canzoni
ispirate ai classici con cui gli U2 erano cresciuti.
Uno, dos, tres, catorce…Chi ha ascoltato “Vertigo” una decina di
volte alla radio, deve essersi surriscaldato. Corroborato poi dalle
dichiarazioni rilasciate da Bono alla stampa straniera, deve essersi
convinto che questo era finalmente il “rock and roll album” che la
band aveva in canna da tempo e esitava a sparare fuori. Il primo
singolo, infatti, riecheggia in pieno l’epica e il suono di
“Gloria” con quei suoi riff che sono quanto di più crudo Edge
abbia messo su disco dopo avere compiuto venticinque anni e prima che
il suo tappeto sonoro diventasse un marchio di fabbrica
inconfondibile. Ma, anche se non si sa bene come dovrebbe suonare un
album per essere “quell’album” degli U2 (come “War”? Come
“Rattle and hum”?), forse non è questo il caso. Qui, piuttosto,
sembra di ascoltare Steve Lillywhite spiegare come avrebbe fatto
“The Joshua tree” se fosse toccato a lui. E il lavoro del
produttore ci convince, perché ha aiutato il gruppo a stendere grande
musica da suonare dal vivo, a capire che oggi i classici del rock
possono essere proprio i primi album degli U2, ad effettuare
un’operazione di citazione continua senza provocare imbarazzi, ad
accantonare gli anni 90. Tutto questo Lillywhite lo ha fatto conscio
della materia prima disponibile nel 2004: un Bono tecnicamente molto
più esperto ma meno potente, un Mullen sempre affidabile ma
volutamente in secondo piano al cospetto di un Clayton in eccellente
forma, un Edge la cui chitarra è la chiave del CD.
I pezzi, undici, sono quasi tutti all’altezza. C’è un tessuto
omogeneo, ma anche qualche strappo gradito. “Love and peace or
else” è uno di quelli: al pari del primo singolo è piacevolmente
fuori contesto rispetto al resto, con il suo basso che rievoca
“Walking on the moon" dei Police, con il suo crescendo che pare
perfetto per una jam session da 20 minuti, con la sua struttura sonora
grezza, con quella voce sgolata e valorizzata dalla sezione ritmica e
da una chitarra insolitamente più in disparte. In “HTDAAB” appena
ti lasci andare (o appena ti distrai) lo spettro di “With or without
you” riemerge e ti accorgi che è un po’ ovunque perché, per chi
segue gli U2 da anni, è eponimo della qualità e della grandezza del
gruppo. Succede ascoltando “Miracle drug”, che forse
involontariamente cita Smashing Pumpkins e Cure; succede ascoltando
“One step closer”, che potrebbe essere cantata dal Boss; succede
anche in un brano che non ci piace, “City of blinding lights”
(che, insieme a “Crumbs from your table”, rappresenta
nell’economia dell’album quel tocco di cattivo gusto che non
guasta…). La canzone più energetica arriva con “All because of
you”, che sembra uscita dal CGBG’s di New York alla fine degli
anni 70, mentre azzarderemmo l’ipotesi che “Yahweh” possa essere
uno dei prossimi singoli, con il suo attacco perfetto; e se
“Original of the species”, con tanto di orchestra, è
particolarmente beatlesiana, “A man and a woman” suona un po’
come i Kings Of Convenience.
Insomma, con “HTDAAB” gli U2 richiamano se stessi in prima linea,
e decidono di ripartire dalle loro stesse canzoni, dal loro stesso
suono. In questo senso l’album è al tempo stesso un regalo ai fans
e una nuova chance che gli U2 danno a se stessi: non guardano più il
proprio passato come un fardello ingombrante ma con la consapevolezza
che oggi, nel 2004, guardare ai classici del rock può significare
anche guardare a se stessi. E così il loro nuovo disco, lungi
dall’essere un disco nuovo, riesce nell’impresa di evocare gli U2
dei loro heydays, quelli che hanno fatto innamorare il mondo della
grandezza della loro musica. Il sentimento, l’affetto, la gioia di
averli ritrovati più vicini di quanto ce li aspettassimo, fanno il
resto, e danno a questo disco la parvenza di un ritorno a casa che in
tanti, da tanto tempo, aspettavano.
(L.
Bernini / G. Di Carlo)
(08
nov 2004)
©
Tutti i diritti riservati. Rockol.com
S.r.l.
Tracklist:
1
Vertigo
2
Miracle Drug
3
Sometimes You Can't Make It On Your Own
4
Love And Peace Or Else
5
City Of Blinding Lights
6
All Because Of You
7
A Man And A Woman
8
Crumbs From Your Table
9
One Step Closer
10
Origin Of The Species
11
Yahweh
  
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